Belle dentro

Fiona-shrek_(9)

Tutte noi abbiamo plaudito alla scelta della DreamWorks quando, abbandonate le crinoline e i fasti del castello paterno, la principessa Fiona ha deciso di vestire per sempre i panni dell’orchessa e di trascorrere il resto della vita accanto a Shrek, nella palude. Una bella rivincita per tutte quelle donne che non hanno mai avuto il desiderio di sentirsi principesse. Credo che questo sia il senso più profondo del movimento anti pink venuto alla ribalta in questi ultimi anni: quello di abbandonare un modello sempre identico a se stesso di donna in attesa del principe azzurro, vestita solo di grazia e dolcezza (e di colori rigorosamente pastello!), dotata di una voce in grado di gareggiare col canto degli uccellini. Perfetto, dico io. A patto che questo ribaltamento non nasconda un nuovo schema. Ogni donna dovrebbe poter manifestare liberamente i propri desideri: compreso quello di indossare abiti rosa, avere tempo per spazzolare i capelli e godere della compagnia di passerotti cinguettanti che la aiutano a rifare il letto la mattina.

Troppo spesso, però, il modello-Fiona è stato usato come semplice esempio di donna non bella, finalmente protagonista. C’è qualcosa di giusto in questo. Ma non è così semplice, a mio modo di vedere. E’ un argomento che mi interessa molto, visto che la scelta di rappresentazione delle sei divinità per questo progetto è caduta, invece, dalla parte del bello. E’ importante spiegare il perché. Certo, in parte, è una questione di fedeltà: le dee erano belle. Il mito ce lo racconta e la letteratura è piena di esempi. Ma il discorso ci porterebbe lontano, dal momento che i concetti di bello, buono e giusto spesso, nella classicità, si sovrapponevano. Soprattutto, è un discorso che ci porterebbe fuori argomento, visto che ho scelto la bellezza per altri motivi.

Quello che mi interessa davvero, attraverso questa reinterpretazione delle dee dell’Olimpo, è di proporre modelli caratteriali. Credo che sia importante spostare l’attenzione dall’estetica alla personalità; passare dal colore dei capelli ai sentimenti; dalla forma del naso all’inclinazione del carattere. E ritengo che la bellezza si presti meglio a favorire questo slittamento di interesse. Mi spiego. Se i modelli devono consentire a tutti un meccanismo di immedesimazione, credo che questo sia possibile solo all’interno di uno schema che condivide gli elementi di base della rappresentazione. Siamo pronte ad abbracciare il personaggio di Fiona perché Shrek, l’eroe che abbiamo scelto fina dall’inizio, appartiene appunto a quello stesso schema di narrazione e di rappresentazione. E’ una scelta facile finché bello e brutto rimangono elementi distinti. Mondi non confinanti. Non ho niente contro la rappresentazione del brutto ma che succederebbe se a una ragazza venisse chiesto di scegliere tra Fiona e Cenerentola? Il dilemma si presenterebbe più o meno così: mi sento buona e bella o coraggiosa e brutta? Immediatamente le caratteristiche della personalità passerebbero in secondo piano di fronte alla richiesta di appartenenza alla categoria del bello o del brutto. E c’è di più. Se Fiona è un personaggio riuscito, sarebbe possibile rappresentare una varietà di modelli dentro lo schema del brutto e consentire ugualmente l’immedesimazione da parte di chi guarda?

In Anna Karenina, Tolstoj dice: Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Credo che valga lo stesso per la bellezza. La bellezza è condivisa, risponde ai canoni del tempo; mentre ogni difetto è peculiare. Posso immedesimarmi in un personaggio con le gambe storte se il mio peggior difetto sono le orecchie a sventola? Gli esempi di riferimento non possono essere così particolari. Credo che l’attuale demonizzazione dei modelli che si esprimono attraverso la bellezza abbia raggiunto la soglia di guardia. La scelta di riproporre sei divinità oggettivamente carine mi consente di abbandonare a priori un conflitto su base estetica in modo da concentrare tutta l’attenzione sui caratteri, le capacità, i desideri e le personalità dei personaggi e, naturalmente, di chi li osserva.

Ho adorato Lisa Simpson più di ogni altro cartone degli ultimi anni. All’interno dei confini di un mondo in giallo è stato facile, per me, scegliere di voler essere lei. L’uniformità della rappresentazione di quel mondo mi ha dato modo di scegliere la persona al di là della sua apparenza. Ma non posso fare a meno di pensare che anche attraverso gli schemi di rappresentazione apparentemente più semplicistici come quello delle Barbie, che pure non sono portatori di esempi di personalità differenti, sono passati messaggi importanti. La normalizzazione dei canoni estetici ha fatto sì che io, bambina, giocassi con le prime bambole di colore quando ancora la tv rappresentava un afro americano solo nel ruolo di schiavo. E’ qualcosa su cui riflettere.

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